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giovedì, 26 Maggio 2022

Olivi monumentali: un patrimonio di agrobiodiversità

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Oltre all’enorme valore paesaggistico, storico e culturale rivestito dagli alberi monumentali, vi sono ragioni di natura scientifica per studiare questi incredibili esemplari. L’olivo, infatti, è caratterizzato da una longevità superiore alle altre specie arboree da frutto, una peculiarità unica, che potrebbe indicare una maggiore capacità di adattamento ai mutamenti ambientali. I tratti adattativi si sono successivamente co-evoluti con l’ambiente circostante per secoli, rendendo tali esemplari di grande interesse per i programmi di miglioramento genetico, soprattutto in relazione all’impatto del cambiamento climatico in olivicoltura

Un po’ di storia 

Foto 1 – Pianta antica della Piana dei Monumentali presso l’Istituto Tecnico Agrario Pantanelli-Monnet di Ostuni 

La domesticazione dell’olivo ha accompagnato la nascita e lo sviluppo delle civiltà mediterranee, la cui economia si è a lungo fondata su quella che Fernand Braudel ha definito “la medesima trinità, figlia del clima e della storia: il grano, l’olivo, la vite”. L’olivo coltivato vede, quindi, la sua origine tipicamente nel bacino del Mediterraneo, diffondendosi lungo le sue coste, secondo percorsi non ancora del tutto chiariti.  

È molto probabile che la propagazione vegetativa abbia giocato un ruolo chiave nel processo di diffusione della specie. L’olivo coltivato deve la sua grande diversità genetica in buona parte al sistema riproduttivo, che si basa sull’impollinazione incrociata, determinando in questo modo un numero elevato di varietà.  

L’agrobiodiversità olivicola italiana 

L’Italia, in particolare, vanta il più ricco germoplasma olivicolo al mondo con il 41 % delle varietà. Ogni regione si caratterizza per una ricchissima piattaforma varietale, contraddistinta da numerose cultivar che probabilmente si sono differenziate a livello locale e adattate a particolari areali, anche in seguito a selezione da parte dell’uomo. La grande diversità genetica costituisce un punto di forza del settore oleario italiano. Infatti, l’olio extravergine d’oliva made in Italy è l’olio di oliva più ricco di aromi, sapori e profumi dell’intero panorama oleicolo mondiale. Ricchezza che si esprime anche nell’alto numero di oli con indicazione dell’origine geografica comunitaria (42 DOP e 7 IGP).  

L’attuale olivo coltivato proviene dall’ancestrale geneticamente più simile, il cosiddetto oleastro, che a livello tassonomico appartiene alla stessa subspecie europaea, ma alla varietà botanica sylvestris, ancora presente come pianta spontanea della macchia mediterranea. Gli areali di diffusione sovrapposti e l’interfertilità tra le due forme botaniche hanno favorito, e tuttora favoriscono, eventi di ibridazione, aumentando la diversità genetica dell’olivo. Esistono poi forme rinselvatichite (ferali) che potrebbero essere frutto dell’ibridazione tra forme coltivate e/o tra forme coltivate e spontanee (oleastro).  

Tuttavia, buona parte dell’agrobiodiversità olivicola italiana si ritrova quasi intatta all’interno delle nostre produzioni olivicole. L’Italia, infatti, è caratterizzata da una olivicoltura tradizionale – con una densità inferiore a 250 piante a ettaro nel 96 % delle superfici – e con piante di età pari a 50 anni o più, nel 61% delle superfici olivetate. Piante di olivo plurisecolari, talora con caratteri di monumentalità, sono molto diffuse in diversi territori italiani, con una maggiore frequenza negli areali meridionali, che testimonia l’origine molto antica dell’olivicoltura italiana. 

Nuove ricerche sul germoplasma antico per i cambiamenti climatici 

Foto 2 – Potenziale portinnesto prelevato dal pedale  

 Oltre all’enorme valore paesaggistico, storico e culturale rivestito dagli alberi monumentali, vi sono anche ragioni di natura scientifica che spingono i ricercatori a caratterizzare e studiare questi incredibili esemplari. L’olivo, infatti, è caratterizzato da una longevità superiore alle altre specie arboree da frutto, una peculiarità unica, dal punto di vista evolutivo, potrebbe indicare una maggiore capacità di adattamento ai mutamenti ambientali.  

È indubbio che gli esemplari millenari abbiano sicuramente superato avversità legate a cambiamenti climatici ciclici, in particolare le gelate che si sono susseguite nell’ultimi secoli, gli incendi e varie avversità biotiche, adattandosi alle condizioni ambientali.  I tratti adattativi  si sono co-evoluti con l’ambiente circostante per secoli,  rendendo tali esemplari di grande interesse per i programmi di miglioramento genetico, soprattutto in relazione all’impatto del cambiamento climatico in olivicoltura.  

Tuttavia, sebbene presenti sul nostro territorio da secoli, solo recentemente questi affascinanti esemplari hanno attirato l’attenzione dei ricercatori. Gli studi condotti fino ad oggi sono stati effettuati su un numero relativamente basso di individui e hanno dimostrato come solo una piccola proporzione di essi corrisponda geneticamente alle attuali varietà coltivate. Si ipotizza che queste antiche accessioni potrebbero essere cultivar tradizionali non note e che potrebbero avere avuto un ruolo nel processo di domesticazione dell’olivo o nel suo processo di diversificazione nel bacino Mediterraneo come potenziali parentali delle cultivar attuali.  

Foto 3 – Parco Archeologico di Castellaneta, contrada Le Grotte 

Il loro studio è tuttavia complesso per varie ragioni. Infatti, identificare la reale età del singolo esemplare è un processo arduo, in quanto spesso il tronco risulta cavo e talora rigenerato in epoche più recenti. Il puro criterio dimensionale (diametro a 130 cm della ceppaia), benché correlabile all’età, non è sufficiente a darne una reale indicazione, perché le condizioni ambientali e la vigoria dell’accessione potrebbero averne fortemente influenzato l’accrescimento. Anche la datazione con l’isotopo radioattivo del carbonio non è così semplice da eseguire. Indagare l’origine genetica di questi antichi esemplari potrebbe fornire i tasselli mancanti nella costruzione del percorso di diffusione e diversificazione dell’olivo nel bacino del Mediterraneo, ove l’Italia, collocandosi geograficamente al centro, ha sicuramente giocato un ruolo determinante. Testimonianza di ciò è, infatti, la incredibile ricchezza di diversità genetica del nostro Paese.  

Il ruolo del CREA 

Il CREA, con il suo Centro di ricerca Olivicoltura, Frutticoltura ed Agrumicoltura (CREA-OFA), sede di Rende, ha già condotto alcuni importanti studi di caratterizzazione genetica e di valorizzazione degli oli di piante monumentali in diversi areali del Salento, nell’ambito del progetto RIOM (Ricerca ed innovazione per l’olivicoltura meridionale) in collaborazione con l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari e l’Università del Salento. La Regione Puglia con la legge regionale 14/2007, ha, infatti, istituito la menzione speciale “Olio extravergine degli ulivi secolari di Puglia” come azione di valorizzazione dei monumentali pugliesi, i cui esemplari più antichi si ritrovano presso la “piana degli ulivi”, territorio delimitato dai comuni di Ostuni, Fasano, Monopoli e Carovigno, in cui le piante potrebbero avere un’età stimata fino a 3.000 anni, risalenti all’epoca degli antichi Messapi. Gli studi di caratterizzazione genetica condotti dal CREA-OFA hanno evidenziato come la chioma degli esemplari monumentali campionati nel Salento sia da ricondurre prevalentemente alle varietà Cellina di Nardò e Ogliarola Salentina, indicando una ridotta diversità genetica presente nel territorio salentino.  

Foto 4 – Pianta Monumentale Bicaule presso il Parco Archeologico di Castellaneta 

Più recentemente, grazie alla collaborazione con  Gianluigi Cesari (perito agrario dell’associazione Agrifound Italia) e con l’Università del Salento, sono state analizzate la chioma e il presunto portinnesto di diversi esemplari monumentali pugliesi. Sono state campionate accessioni della Piana dei Monumentali, presso l’Istituto tecnico agrario Pantanelli-Monnet di Ostuni (Castellaneta, in contrada Le Grotte), ove esiste un sito archeologico di indicibile bellezza con un parco di olivi monumentali, la cui origine antica (2000 anni) è confermata da documenti storici e reperti archeologici risalenti alla cultura ellenica. In ultimo è stato campionato il famoso Ulivo Pensante di Ginosa. Le analisi genetiche hanno evidenziato come queste accessioni risultino essere riconducibili alla varietà Ogliarola Salentina. Sebbene le analisi siano state condotte su un numero esiguo di individui, in diversi areali tutte le piante campionate sono risultate innestate, indicando come questa varietà sia stata preventivamente selezionata e diffusa dall’uomo in tempi molto antichi. I dati molecolari preliminari hanno poi evidenziato una certa relazione genetica tra l’antica ceppaia (portinnesto) e diverse varietà note, incoraggiando gli studi alla ricerca di relazioni di parentela con le attuali cultivar, attraverso approcci genomici avanzati quali il risequenziamento.  

Foto 5 – Dettaglio del tronco di un olivo monumentale 

La disponibilità di una sequenza genomica completamente assemblata e di elevata qualità, ottenuta dal CREA-OFA nell’ambito del progetto OLGENOME per la nota cultivar italiana ‘Leccino’, offre un’ottima piattaforma di riferimento per il confronto multiplo di diversi genotipi. Oltre alla valutazione delle relazioni genetiche finalizzate alla comprensione, gestione della biodiversità in olivo e alla scelta dei materiali genetici per programmi di breeding, il risequenziamento da genoma favorirà anche la comprensione dei meccanismi molecolari alla base dei tratti adattativi in olivo. In ultimo, un’osservazione empirica condotta dal CREA-OFA nell’area infetta, incoraggia gli studi relativi alla caratterizzazione genetica delle antiche ceppaie: i polloni radicali provenienti dalla ceppaia risultano prevalentemente verdi nelle piante severamente colpite da Xylella fastidiosa e/o addirittura morte. Naturalmente queste osservazioni empiriche dovranno essere confermate da indagini oggettive, ma aprono la strada verso nuove evidenze scientifiche, partendo da materiali genetici presumibilmente antichissimi. 


Samanta Zelasco
Ricercatore CREA-Olivicoltura, Frutticoltura ed Agrumicoltura

Si occupa di studio della diversità genetica, miglioramento genetico dell’olivo convenzionale ed assistito da marcatori, fenotipizzazione e selezione varietale in relazione ad importanti tratti agronomici

#lafrase Quando guardate, guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancor più lontano! (Robert Baden-Powell) 

Elena Santilli
Ricercatrice CREA-Olivicoltura, Frutticultura e Agrumicultura

Patologa molecolare con esperienza nella diagnosi e nello studio di vari sistemi ospite-patogeno di fungi e batteri patogeni delle piante, in particolare dell’olivo

#lafrase Meravigliarsi di tutto è il primo passo della ragione verso la scoperta (Louis Pasteur) 

Gabriella Lo Feudo
Collaboratore tecnico CREA-Olivicoltura Frutticoltura e Agrumicoltura

Iscritta nell’elenco regionale degli assaggiatori di oli, si occupa della disseminazione e divulgazione dei risultati della ricerca sul territorio. È responsabile della comunicazione e redattrice di Centro. La sua attività è legata all’approfondimento delle norme di commercializzazione e di etichettatura degli alimenti. 

#lafrase Non regalare un pesce ma insegnagli a pescare (proverbio cinese) 

Fabrizio Carbone
Ricercatore CREA-Olivicoltura, Agrumicoltura e Frutticoltura

Le sue ricerche sono indirizzate alla identificazione di geni associati a caratteri qualitativi e quantitativi in piante d’interesse agrario, al confronto dei profili di espressione genica e alla caratterizzazione strutturale e funzionale di genomi e trascrittomi. 

#lafrase Ogni forma di progresso è sperimentale (John Jay Chapman) 

Enzo Perri
Direttore CREA-Olivicoltura, Frutticoltura ed Agrumicoltura

Esperto chimico del MiPAAF e del Consiglio oleicolo internazionale. Accademico e membro del Consiglio Direttivo dell’Accademia Nazionale dell’Olivo e dell’Olio di Spoleto (PG). 

#lafrase Conosci te stesso (Socrate) 

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