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giovedì, 26 Maggio 2022

Alla ricerca del vitigno perduto

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La valorizzazione delle risorse genetiche autoctone assolve l’importante compito di tutela della biodiversità ed allo stesso tempo può permettere la valorizzazione dei territori, soprattutto i più svantaggiati e “fragili”. Tra questi rientra il vasto comprensorio umbro dell’Alto Orvietano, in cui il peso del settore primario è andato progressivamente scemando, con un consistente abbandono delle superfici vitate, particolarmente marcato negli anni ’50-’60 del secolo scorso.  

Vigneto sperimentale presso l’azienda castello di Montegiove

Ciò era coinciso con una fase di grandi cambiamenti dell’assetto socioeconomico e strutturale dell’agricoltura, concretizzatosi tra le province di Perugia e Terni, con un progressivo abbandono e spopolamento delle zone rurali, con tutte le problematiche conseguenti, ad iniziare dal rischio di diffuso dissesto idrogeologico. 

Proprio la ridotta dinamicità delle aziende, evidenziata negli ultimi decenni, ha probabilmente favorito la presenza di diverse piante-relitto, riferibili a numerosi vitigni e biotipi di antica coltivazione. Spesso tale germoplasma è rappresentato da piante isolate, presenti talvolta in zone abbandonate e tornate a bosco. 

Recentemente, si sta comunque rilevando un ritorno di interesse verso il settore agro-alimentare, in particolare in ambito di produzioni enologiche, favorito dall’ingresso di nuove imprenditorialità giovanili o provenienti da altri settori e comprensori.  

Peraltro le produzioni agricole locali, le tradizioni ad esse legate e la cultura rurale che le hanno sviluppate possono oggi fungere da volano verso i consumatori e per favorire nuove attività agricole e agrituristiche, con positive prospettive economiche. 

In questo ambito, si inserisce il lavoro di recupero e valorizzazione delle varietà tradizionali che possono offrire, in prospettiva, l’opportunità di ottenere vini dotati di caratteristiche particolari o di tipicità esclusiva.  

L’Umbria ha sviluppato una consolidata tradizione vinicola che risale fino al periodo etrusco, ma l’origine dei diversi vitigni storicamente coltivati è ancora poco chiara. Tuttora è segnalata anche la presenza delle rare viti selvatiche allo stato spontaneo (Vitis vinifera sylvestris). In questa sottospecie sono molto frequenti uve a bacca nera, ma non mancano piante a bacca bianca, che probabilmente hanno dato origine anche ad alcune delle vecchie varietà alla base del patrimonio viticolo regionale.  

Ai fini della classificazione e della conoscenza dell’origine dei vitigni sono di particolare utilità le tracce storiche, anche se non sempre si dimostrano risolutive in quanto in passato, almeno fino al Medioevo, i vini venivano più frequentemente indicati con il luogo di origine piuttosto che con il nome del vitigno da cui derivavano. In vari documenti storici vengono citate antiche varietà riferibili a viti spontanee presenti nelle zone boscate e localmente denominate genericamente “viti vicciute”, la cui più antica citazione è stata rintracciata nello Statuto del Comune di Orvieto del 1581.  

Con la collaborazione di un gruppo di aziende agricole locali è stato quindi intrapreso un lavoro di recupero, salvaguardia e caratterizzazione del germoplasma viticolo dell’Alto Orvietano. Il territorio interessato dalle ricerche ricade nei comuni di Città della Pieve e Piegaro in provincia di Perugia e Montegabbione, Ficulle, Parrano, Fabro, San Venanzo e Monteleone in provincia di Terni. 

A partire dal 2012 è stata pianificata un’attività preliminare di ricerche bibliografiche e testimonianze orali dei vecchi viticoltori, oltre a sopralluoghi ed indagini sul campo per rilevare la presenza di viti spontanee o piante-relitto provenienti da antiche coltivazioni.  

Tronchi di vite nei boschi di Montegabbione (PG)

È seguito poi il prelievo di campioni vegetali per l’individuazione ed identificazione varietale basata sull’analisi del DNA e la successiva caratterizzazione vegeto-produttiva, per individuare le piante più adeguate per una viticoltura moderna. Il germoplasma locale proveniente da antiche coltivazioni, infatti, può risultare particolarmente adattato all’ambiente e rappresenta una fonte preziosa di varietà utili per rispondere alle esigenze di sostenibilità e tipicità. 

Complessivamente, a seguito di segnalazioni e sopralluoghi, sono state individuate 70 viti riconducibili a diversi vitigni e biotipi locali. 

Sulle piante recuperate è stato determinato il profilo genetico attraverso l’esame del DNA analizzando 11 “marcatori microsatellite”. Successivamente è stato effettuato il confronto con l’ampio database disponibile presso il CREA Viticoltura ed Enologia, allo scopo di individuare le eventuali corrispondenze con altre varietà già note. 

I risultati ottenuti hanno evidenziato la presenza di numerosi genotipi diversi tra loro, ben 34, alcuni riferibili a varietà note e molto diffuse nell’areale adriatico o nella vicina Toscana, altri rappresentanti vecchi vitigni locali quali il Trebbiano Perugino, il Panfinone o il Drupeggio.  

Ulteriori 10 piante risultavano afferenti a genotipi precedentemente sconosciuti e peculiari del territorio. In questi casi potremmo quindi essere in presenza delle antiche “viti vicciute”, che potrebbero derivare anche da viti silvestri e sulle quali sono tuttora in corso ulteriori accertamenti genetici.  

Con tutte le varietà recuperate, a partire dal 2014 e, grazie al contributo finanziario della regione Umbria, è stato realizzato l’impianto di una collezione in pieno campo presso l’azienda Castello di Montegiove, allo scopo di conservare il germoplasma per il futuro ed effettuare contemporaneamente la descrizione ampelografica completa e la valutazione agronomica e tecnologica dei vitigni, compresa la microvinificazione in purezza delle varietà più interessanti. 

La realizzazione della collezione permetterà ulteriori verifiche e confronti ampelografici e soprattutto garantirà accurate valutazioni sul potenziale viti-vinicolo dei diversi genotipi, anche in vista di un loro possibile prossimo utilizzo produttivo a livello commerciale. Nell’annata 2020 sono state ottenute le prime varietà. 

Il lavoro fin qui svolto ha quindi creato i presupposti per la propagazione e valorizzazione delle varietà che saranno ritenute più meritevoli di coltivazione e vinificazione e, a tale proposito, è stata recentemente costituita anche una specifica rete di imprese locali, denominata “Terre della Vicciuta”. 

In conclusione, i risultati delle ricerche condotte, oltre a preservare dall’erosione genetica e far rivivere diversi vitigni autoctoni, potranno offrire nuove opportunità di sviluppo agricolo al territorio, grazie alla possibilità di rendere disponibili per i viticoltori alcuni vitigni del germoplasma locale che, in prospettiva, saranno in grado di fornire le migliori risposte in termini vitivinicoli e di interazione tra pianta e ambiente di coltivazione.  

 

Paolo Storchi
Primo Ricercatore, CREA-Viticoltura e Enologia

#lafrase: Il vino è una delle materie più civili al mondo, una delle cose materiali che sono spinte al più alto grado di perfezione (E. Emingway) 

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