Un viaggio nel tempo e nello spazio tra orti, mercati, curiosità e ricette per capire come i vegetali — a lungo considerati cibo da poveri — siano diventati l’anima segreta (ma pura) del mangiare italiano.
Se c’è un paradosso nella storia alimentare italiana, è questo: il Paese – culla della dieta mediterranea, dispensatrice riconosciuta di longevità e salute- che oggi vanta la Cucina più invidiata del mondo, fresco patrimonio UNESCO, ha impiegato secoli a rivalutare frutta e verdura. Non perché mancassero — l’Italia è uno dei territori più fertili e biodiversi d’Europa — ma perché a lungo mangiare vegetali significava, semplicemente, non potersi permettere altro.
Eppure, proprio da questo paradosso nasce una delle tradizioni gastronomiche più ricche e sfaccettate del mondo. La storia di frutta e verdura nella cucina italiana è, in fondo, la storia di un riscatto: da cibo di necessità a ingrediente d’elezione, da prodotto povero a simbolo di identità territoriale, da contorno dimenticato a protagonista assoluto della tavola contemporanea.
Il sospetto antico: quando il verde faceva paura
Partiamo da un dato che sorprende sempre: per buona parte della storia europea, e italiana in particolare, frutta e verdura erano considerate alimenti pericolosi. Non metaforicamente: la medicina galenica, che dominò il pensiero medico fino al Seicento inoltrato, classificava i vegetali come alimenti “freddi e umidi”, difficili da digerire, tendenzialmente dannosi per i temperamenti sanguigni. I cetrioli, ad esempio, erano ritenuti causa di febbri. Le fragole erano guardate con sospetto. La frutta cruda, consumata fuori pasto, era sconsigliata ai nobili e ai benestanti, che potevano permettersi di mangiare altro.
Insomma, a mangiare verdura erano i poveri, non per scelta, ma per necessità, mentre le classi alte consumavano prevalentemente carne, cacciagione, pesci pregiati e preparazioni elaborate. Un ribaltamento totale rispetto alla percezione attuale, in cui la dieta vegetale è associata a consapevolezza, benessere e, spesso, a un certo potere d’acquisto.
Nelle campagne italiane, però, il rapporto con l’orto era sopravvivenza. Il “giardino” — inteso come spazio coltivato a uso alimentare, non ornamentale — era parte integrante di ogni insediamento rurale, dai masi alpini alle masserie pugliesi. Cavoli, rape, cipolle, agli, legumi, erbaggi vari: questi erano i pilastri dell’alimentazione contadina per secoli, integrati stagionalmente da quello che offriva il territorio circostante, bosco compreso, con i suoi funghi, le erbe selvatiche, le castagne.
L’orto come mappa del territorio
Uno degli aspetti più affascinanti — e ancora poco raccontati — della storia orticola italiana è la sua straordinaria frammentazione geografica. L’Italia non ha mai avuto una “verdura nazionale”: ha avuto centinaia di verdure locali, spesso iperendemiche (cioè che crescono esclusivamente in un territorio geograficamente minuscolo e isolato), coltivate in un singolo comune o in una singola valle, il cui nome e la cui forma sono rimasti immutati per secoli.
Prendiamo la Puntarelle, cicoria catalogna a grumolo, che a Roma è quasi un simbolo. O il Radicchio di Treviso, che non assomiglia a nessun altro radicchio nel mondo. O ancora il Friggitello campano, il Peperone di Senise lucano — essiccato e ridotto in polvere, il cosiddetto “peperone crusco”, oggi celebrato dalla cucina d’autore — o la Cipolla Rossa di Tropea, che cresce su quei terreni sabbiosi affacciati sul Tirreno e che ha un sapore dolce impossibile da replicare altrove.
Questa biodiversità non è casuale: è il risultato di millenni di adattamento al territorio, di selezione empirica condotta dagli agricoltori di generazione in generazione, di incroci e ibridazioni spontanee favorite dalla frammentazione geografica della Penisola. Un patrimonio genetico di immenso valore che ha rischiato di essere cancellato, per favorire varietà più produttive e commercialmente convenienti, a scapito di sapore, biodiversità e storia. Oggi, per fortuna, c’è chi – come il CREA – recupera e custodisce pomodori dimenticati, zucche antiche, varietà di fagiolini che non esistevano più da decenni.
I “naturalizzati” del Nuovo Mondo
Se volessimo indicare il momento di svolta nella storia vegetale italiana, dovremmo puntare il dito sul XVI secolo, quando le navi spagnole iniziarono a scaricare nei porti europei qualcosa di mai visto prima: pomodori, patate, peperoni, mais, fagioli, zucchine, melanzane provenienti dal continente americano. Un’ondata di novità che però non fu accolta con entusiasmo immediato. Anzi.
Il pomodoro, arrivato in Italia intorno al 1540, fu inizialmente coltivato come pianta ornamentale poiché se il suo colore rosso vivo era ritenuto attraente, il frutto era stato bollato come sospetto, forse velenoso, comunque indigesto. Per quasi due secoli rimase ai margini dell’alimentazione. Poi, lentamente, soprattutto nelle campagne del Sud, iniziò a entrare nelle cucine: economico, abbondante, facile da conservare (essiccato, in salsa, concentrato), divenne rapidamente irrinunciabile. Oggi è difficile immaginare la cucina italiana senza di lui. Eppure, la pizza napoletana con il pomodoro ha meno di duecento anni. Il ragù bolognese con il pomodoro, ancora meno.
Stessa storia per la patata, che fu a lungo guardata con diffidenza in quanto tubero che cresce sottoterra, ma che poi divenne fondamentale nell’alimentazione delle popolazioni montane del Nord, dove i cereali faticavano a crescere.
Oggi usiamo patata e pomodoro come se fossero italianissimi. E, in un certo senso, lo sono diventati.
I Mangiafoglie: Napoli e il suo primato verde
C’è un epiteto che i romani affibbiarono ai napoletani, un soprannome con cui li prendevano in giro durante i secoli della dominazione spagnola e poi borbonica: mangiafoglie, cioè mangiatori di foglie, di erbe, di verdure. Un’offesa, all’epoca — o almeno un tentativo di offesa — che nasceva dalla stessa logica di classe descritta sopra: i poveri mangiano vegetali, i ricchi mangiano carne. I napoletani, però, ne fecero un punto d’orgoglio. E, soprattutto, trasformarono quella necessità in arte.
La tradizione delle verdure a Napoli è talmente radicata da costituire quasi un sistema gastronomico autonomo. Il friariello (in italiano, le cime di rapa o i broccoletti, ma con una dolcezza e una leggerezza che la varietà partenopea ha e le altre no, almeno secondo i napoletani veraci), saltato in padella con olio, aglio e peperoncino, è il contorno per eccellenza e l’accompagnamento naturale della salsiccia nel classico abbinamento che resiste da secoli. La parmigiana di melanzane, uno dei piatti più complessi e barocchi della cucina italiana, nasce qui, anche se siciliani e calabresi rivendicano giustamente la loro versione. Le verdure ripiene — peperoni, zucchine, pomodori — sono un capitolo a sé. E poi c’è il minestrone, parola che nella cucina popolare napoletana non indicava un piatto qualsiasi, ma una preparazione precisa, stagionale, costruita sulle verdure dell’orto di giornata. La minestra maritata, piatto della festa che mette insieme verdure di campo e carni di maiale, è un capolavoro di quella cucina antispreco, che caratterizza la nostra tradizione culinaria, con quella capacità pressoché unica di reinventare con creatività e gusto gli scarti alimentari e gli ingredienti meno nobili.
Dal contorno al protagonista: la cucina vegetale italiana tra Ottocento e Novecento
Con Pellegrino Artusi, nel 1891, la cucina italiana inizia a codificarsi. E già nel suo ricettario le verdure occupano uno spazio significativo, non “contorno” – cioè come dice la parola stessa accompagnamento di una portata centrale – ma come ingrediente protagonista del piatto: la caponata, le verdure in agrodolce, i carciofi alla romana, le zuppe di legumi sono presenti con la stessa dignità delle preparazioni di carne.
Ma è nel Novecento, paradossalmente, che il rapporto con i vegetali vive la sua più grande contraddizione. Il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta porta sulle tavole italiane ciò che per secoli era mancato — carne, salumi, formaggi, dolci — e le verdure, ancora associate nella memoria collettiva alla miseria, vengono temporaneamente messe da parte. Le nuove famiglie urbane comprano il frigorifero e lo riempiono di quello che non si erano mai potute permettere. Mangiare tanta carne è progresso. Mangiare verdure è passato.
Ci vogliono gli anni Ottanta, i primi scandali alimentari, la riscoperta della dieta mediterranea — teorizzata dal ricercatore americano Ancel Keys già negli anni Cinquanta, ma ignorata dagli italiani stessi — e l’emergere di una nuova sensibilità verso qualità, territorialità e stagionalità, perché frutta e verdura tornino al centro.
Tre ricette, tre storie

La pasta e patate napoletana — cremosa, quasi risottata, con la crosta di formaggio che si forma sul fondo della pentola di terracotta — nasce dalla stessa logica del minestrone: due ingredienti poveri che insieme si moltiplicano, danno sazietà, calore e conforto. La patata, introdotta nel Settecento, fu adottata rapidamente dal Sud proprio perché si adattava a un sistema culinario già orientato alla cucina di recupero.

La caponata siciliana — melanzane fritte, sedano, olive, capperi, pomodoro, aceto e zucchero — è un documento gastronomico di straordinaria complessità: nell’agrodolce si riconoscono le influenze arabe (l’aceto e lo zucchero insieme, tecnica diffusissima nella cucina medievale orientale), mentre nella scelta degli ingredienti si legge tutta la ricchezza orticola della Sicilia. Ogni famiglia ha la sua ricetta. Ogni famiglia sostiene che quella degli altri è sbagliata.

E poi c’è la ribollita toscana — pane raffermo, fagioli cannellini, cavolo nero, cipolla, carota, sedano — che è forse l’emblema più puro della cucina di recupero italiana. Il nome stesso dice tutto: si fa il giorno prima, si lascia riposare, si ribolliva il giorno dopo. Non ci sono segreti tecnici: ci sono solo ingredienti freschi, stagionali, e la pazienza di chi sa che il giorno dopo è sempre meglio del giorno prima.
Frutta: dolcezza di stagione, e non solo
Nella tradizione italiana, la frutta ha sempre avuto un ruolo più ambivalente rispetto alla verdura. Da un lato, era alimento popolare per eccellenza: fichi, more, ciliegie, mele cotogne, noci, mandorle — disponibili gratuitamente nei boschi e negli orti — erano parte integrante della dieta contadina, prelibatezza dolce in epoche in cui lo zucchero era un miraggio. Dall’altro, la frutta lavorata (con il carissimo zucchero, appunto) — candita, in marmellata, in confettura — era appannaggio delle cucine aristocratiche e conventuali, dove le suore e i cuochi di palazzo la trasformavano in creazioni preziose come la frutta martorana (che prende il nome dal Convento della Martorana di Palermo dove nasce nell’XI secolo), ossia le sculture di pasta di mandorle a forma di frutti veri, e la cassata, con i suoi strati di ricotta, pistacchi e frutta candita.
Nel Nord, la frutta entra nelle preparazioni salate più di quanto si immagini: il risotto con le pere e il Gorgonzola, le mostarde di frutta mantovane e cremonesi (frutta candita in sciroppo di senape, abbinamento obbligatorio con i bolliti), il ripieno di mele della carne di maiale sudtirolese. Cucine di confine, cucine di scambio, dove la frutta non è dessert, ma condimento.
Oggi: un ritorno (finalmente) consapevole
La dieta mediterranea è Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dal 2010, mentre la Cucina Italiana dal dicembre 2025. Certamente il forte ruolo identitario assunto da frutta e verdura in questo ultimo prestigioso riconoscimento racconta di un Paese, riconciliato con il suo passato contadino di fame e di miseria, che ha finalmente capito il valore di quello che ha. Un valore non solo gastronomico, ma agronomico, ecologico e culturale.
I mercati contadini tornano ad affollare le piazze. La ristorazione d’autore guarda all’orto come alla fonte di ispirazione principale. I cuochi più celebrati d’Italia oggi non si vantano della materia prima esotica: si vantano del pomodoro coltivato a duecento metri dal ristorante, del finocchio selvatico raccolto quella mattina, della varietà di mela che nessuno coltivava più da trent’anni.
Alla fine, tutto torna e i Mangiafoglie, in fondo, avevano ragione fin da allora.

Direttrice Responsabile CREA Futuro e Capo Ufficio Stampa CREA
Storica per formazione, giornalista per vocazione e comunicatrice per passione
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(Gabriel García Márquez)



