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domenica, 31 Maggio 2026

Curiosario di frutta, ortaggi e altre meraviglie 

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Dietro una fragola, un pomodoro o una pera si nascondono secoli di viaggi, conquiste e rivoluzioni culturali. Dai boschi dell’Europa alle civiltà azteche, passando per rotte arabe e corti reali, frutti e ortaggi hanno attraversato secoli e continenti, trasformando gusti, linguaggi, tradizioni e identità collettive. Il cibo si rivela così molto più di un semplice nutrimento: è memoria, simbolo e racconto vivo di migrazioni, paure, desideri della società umana. Un viaggio affascinante tra botanica, antropologia, miti antichi, rituali contadini e scambi globali che svela come la cucina sia lo specchio della storia dell’uomo. Perché ogni sapore porta con sé la memoria del mondo

Verdura & Letteratura 

Anche semplici frutti della terra possono ispirare scrittori e poeti, come in questo esempio, tratto da “Il ventre di Parigi” di Emile Zola del 1873. “Le insalate, le lattughe, le indivie, i radicchi con le foglie dischiuse e umide di terriccio mostravano il loro cuore sgargiante; i mazzi di spinaci, di acetosella, di carciofi, i mucchi di fagioli, i piselli, le torri di lattuga romana legata con un fuscello cantavano tutta la scala del verde, dalla lacca dei baccelli su fino al verdone delle foglie, gamma che andava estinguendosi nelle sfumature del gambo, dei sedani e dei porri…”

Nutrirsi, proprio come respirare, è essenziale all’essere umano. Il cibo, come l’aria, lega l’uomo all’ambiente, alla storia e persino alla struttura della società. Il grande antropologo Claude Levi Strauss nelle Origini delle buone maniere a tavola sottolinea come la cucina “costituisce un linguaggio nel quale questa società traduce inconsciamente la propria struttura o addirittura rivela, senza saperlo, le proprie contraddizioni”. Le parole di questo linguaggio sono le verdure, la frutta, gli ortaggi e i legumi, cotti o crudi, selvatici o “addomesticati”; i tempi sono quelli dettati dal ritmo delle stagioni, dalla pazienza del contadino, le frasi che nascono dall’armonia di questi elementi rivelano l’azione culturale dell’uomo che si intrufola nei meandri della natura per volgerla a suo favore, coltivarla e godere dei suoi frutti. I protagonisti di questo lessico spesso sono venuti da molto lontano, con nomi differenti e vittime di una iniziale diffidenza circa le loro caratteristiche; la loro storia racconta di altre storie, sapori e immaginari: questo breve curiosario cercherà di raccontarne alcune. 

Fragola 

La storia della fragola è un racconto di margini boschivi, di desideri e di linguaggio contadino. Ai bordi dei sentieri, nell’umido del sottobosco la fragola è una piccola creatura liminale, nasce e vive sul confine fra la foresta e il campo coltivato. Non essendo un alimento “centrale”, appartiene all’immaginario del raccolto spontaneo, del piacere stagionale. Nell’antica Roma era legata al culto di Venere e di Adone, nella pittura rinascimentale simboleggia la purezza con i suoi fiorellini bianchi. Raggiunge l’apice della sua fama alla corte di Luigi XIV, celebrata in concorsi letterari, per poi balzare ed assestarsi definitivamente nell’immaginario collettivo come un luogo, il “posto delle fragole”, appunto, segno della breve stagione dell’innocenza. La fragola moderna arriva da lontano, quando, nel XVII secolo, botanici europei introdussero in Francia alcune specie americane: dall’incrocio di queste specie proviene la fragola che consumiamo oggi, una grande viaggiatrice di tratte oceaniche, scambi imperiali e sperimentazioni botaniche. Anche il suo nome ha affrontato un lungo viaggio, dal latino fragum a sua volta dalla parola fragrans – profumato, fragrante – in inglese diventa strawberry in onore dei suoi frutti selvatici che crescono come straw, fili sparsi sui prati. 

Figura 1 Adriaen Coorte, Natura morta con fragole, 1705, Mauritshuis, L’Aia (www.didatticarte.it

Albicocca  

A differenza della fragola, la storia dell’albicocca racconta il viaggio lungo le rotte commerciali dell’Asia e del Mediterraneo fra imperi, lingue e calendari agricoli. È un frutto di passaggio, così come testimoniato dai cambiamenti del suo nome, e anche precoce nascendo all’inizio dell’estate quando la stagione non è ancora “piena”. Per le culture contadine la sua comparsa era anche un segno, la promessa che la buona stagione fosse alle porte. Le sue origini botaniche si collocano probabilmente tra la Cina nord-occidentale e l’Asia centrale; Persiani, Armeni, Arabi e Romani contribuirono alla sua diffusione lungo le vie carovaniere che si dipanavano fra Oriente e Mediterraneo. I Romani la chiamavano praecoquum o praecox, che matura presto: in un contesto in cui la natura era signora e padrona della fame e dell’abbondanza, la precocità non era solo una caratteristica botanica, ma un simbolo, un valore culturale. Con l’arrivo degli Arabi nel Mediterraneo cambiò nome, dal greco tardo praikokion all’arabo al-barqūq, da cui, molto dopo e molto lontano, albicocca, abricotapricot. Ognuna di queste trasformazioni fonetiche racconta di ingegno umano, semi, tecniche agricole. Il suo colore fra l’oro e il rosa nella poesia persiana fu associato al colore delle guance arrossate, mentre la sua natura precoce, destinata a guastarsi presto, l’ha consegnata alla storia come il frutto delle marmellate, del succo, insomma della cucina domestica. Il suo nome custodisce intatte queste caratteristiche, lasciando facilmente intuire come questo frutto abbia attraversato non solo distanze considerevoli ma anche, e soprattutto, il linguaggio che accompagna la sua narrazione.  

Figura 2 Jean-Siméon Chardin, Vaso di albicocche, Art Gallery of Ontario (www.didatticarte.it

Fagiolo 

La storia del fagiolo è quella della sopravvivenza, della continuità della vita contadina: dal fuoco acceso dove lentamente si cuoce, alle economie povere e alla sapienza agricola, la perfetta rappresentazione del fare molto con poco. È anche una storia “al plurale”, perché nel suo nome convivono specie e origini geografiche diverse: i legumi chiamati phaseolus nell’area del Mediterraneo e quelli arrivati dalle Americhe dopo il XV secolo. Nelle campagne europee divenne presto la “carne dei poveri”, ricco di proteine, facile da essiccare; nell’immaginario collettivo era legato anche ad una dimensione simbolica, associato ai morti, quando veniva fatto germogliare nei giardini di Adone e ancora oggi è protagonista di piatti di “transizione” stagionale e culturale, come il lombardo fasulin de l’occ con le cudeghe preparato per la ricorrenza dei morti. Presso i Maya e gli Atzechi, i fagioli erano parte della triade agricola sacra insieme al mais e alla zucca. La storia del suo nome, poi, racconta di un metissage culturale dove il nuovo, i fagioli provenienti dalle Americhe, viene assimilato al vecchio phaseolus (a sua volta dal greco phasēlos), rendendolo di fatto una versione migliorata, un upgrade di un alimento già conosciuto che va ad aggiungere piante e suggestioni alle cosmogonie agricole pre-esistenti.  

Figura 3 Annibale Carracci, Il mangiafagioli, 1584-1585, Galleria Colonna, Roma 

Pomodoro 

Il pomodoro è un grande trasformista, la sua storia è un esempio magistrale di come un alimento possa cambiare la sua identità culturale e diventare irriconoscibile rispetto alle sue origini. È uno straniero che si è naturalizzato al punto da essere diventato protagonista indiscusso della tradizione alimentare mediterranea. Gli Aztechi lo chiamavano xitomatl, parola nahuatl da cui deriva lo spagnolo tomate e – insieme a peperoncino, mais e cacao – era parte di una gastronomia complessa, che gli europei avrebbero prima guardato con grande sospetto e poi modificato radicalmente. Quando arrivò in Europa con gli Spagnoli nel XV secolo non fu considerato come cibo a causa della sua stretta parentela con la belladonna e la mandragola, solanacee come lui, e associate al veleno e alla stregoneria. Insomma, una parentela tossica suggellata anche dal suo colore simbolicamente ambiguo: il rosso. Come pianta ornamentale arriva in Italia con un nome tutto nuovo, pomo d’oro appunto, grazie al suo colore giallo tipico delle varietà europee, dove il termine pomo evoca i pomi della tradizione, quelli meravigliosi associati ad eventi mitici e biblici. In Francia, invece, era il pomme d’amour, il pomo dell’amore, perfetta rappresentazione del suo carattere ambiguo e sensuale, retaggio delle sue “relazioni pericolose”. Tra il XVIII e il XIX secolo diventa protagonista della cucina italiana meridionale, da ingrediente a struttura simbolica della cucina domestica, è stato un attimo. Il pomodoro ha anche cambiato la percezione visiva del cibo, dal bruno-verde al rosso vivo, in ossequio alla sua natura trasformatrice che lo vuole consumato essiccato, fermentato, o meglio ancora passato, cotto e imbottigliato nei rituali famigliari collettivi della preparazione del pomodoro in bottiglia, tipico della tradizione italiana. Un navigato viaggiatore, insomma, segno attuale di una globalizzazione antica, da divinità Azteca a veleno a ingrediente fondamentale della nostra cucina, il pomodoro dimostra come la tradizione sia in realtà un processo dinamico, capace di trasformare uno straniero in una memoria condivisa.  

Figura 4 Joris Hoefnagel, Giglio e pomodoro, 1591-1596, Getty Museum, Los Angeles (www.didatticarte.it)  

Pera 

La pera è un frutto antichissimo, conosciuta e apprezzata dall’uomo fino dagli albori della civiltà. La sua data e luogo di nascita si collocano nella Cina occidentale circa 4000 anni fa, ma anche in Medio Oriente e in alcune zone dell’Asia Minore e del Caucaso. Quando arriva in Egitto viene affidata alla dea Iside, di cui diventa il frutto sacro, mentre in Grecia era associata ad Era la cui statua a Micene si narrava essere ricavata dal legno di un pero. Menzionata da Omero nell’Odissea, da Ippocrate e Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, la sua diffusione in Europa avviene per mano dei monaci, che ne tramandarono le tecniche di coltivazione prima di avviarsi verso il Nuovo Mondo. Da un punto di vista culturale appartiene alla categoria dei frutti della stabilità, la sua storia è intrecciata alla vita quotidiana delle campagne europee e asiatiche, il suo etimo è relativamente lineare, ma rivela una lunga continuità culturale: dal latino pira, plurale di pirum, termine che indicava sia il frutto sia l’albero, così pear in inglese, poire in francese e pera in spagnolo. Nella pittura medievale e rinascimentale compare spesso come segno di dolcezza e prosperità, legata al corpo femminile per la sua forma inconfondibile; nella cultura orientale invece è simbolo di precarietà e morte per il colore bianco – associato al lutto – della sua polpa. Insieme alla mela rappresenta uno dei frutti “fondativi” dell’Europa agricola, ma se la mela è associata alla legge, all’ordine, al mito e alla conoscenza, dal Giardino dell’Eden alle mele d’oro, la pera è il frutto della trasformazione lenta. Non racconta l’irruzione improvvisa dell’esotico, come il pomodoro, né l’intensità fugace della fragola. Racconta invece il lungo dialogo tra esseri umani e alberi da frutto, tra stagioni e conservazione, tra natura selvatica e paziente addomesticamento.  

Figura 5 Giovanni Bellini, Madonna della pera,1485, Accademia Carrara, Bergamo (www.wikipedia.org
Irene Fabbri
Tecnologa CREA Centro Agricoltura e Ambiente

Language content editor, Antropologa culturale, lettrice e traduttrice.

#lafrase Sono il luogo in cui è accaduto qualcosa (Claude Levi-Strauss)

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