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venerdì, 1 Marzo 2024

Piante Aliene/3: alberi forestali, risorsa o minaccia?

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Le specie arboree aliene presenti sul nostro territorio non sono tutte pericolose: delle oltre 1600 specie vegetali aliene stimate sono poco più di 200 quelle considerate invasive.  In molti casi, infatti, le specie forestali esotiche si sono dimostrate utile complemento per le attività selvicolturali e forse, in prospettiva del cambiamento climatico, potranno esserlo anche in futuro. 

Le specie aliene sono considerate dalla Strategia dell’Unione Europea sulla Biodiversità 2030 tra i fattori responsabili della perdita di biodiversità. Non tutte sono pericolose: sono soprattutto quelle invasive (IAS – invasive alien species), circa il 6% del totale, a rappresentare una minaccia per l’ambiente, essendo in grado di danneggiare irreversibilmente, ad esempio, le aree protette. Si stima che nel nostro Paese siano presenti oltre 1600 specie vegetali aliene, di cui poco più di 200 invasive. Vengono chiamate con termini diversi: specie esotiche, alloctone, introdotte, non-indigene, non native o xenofite. 

Colonizzazione di terreno agricolo lavorato da parte di due specie forestali esotiche invasive: paulonia e ailanto. 

Gli alieni sono già qui 

Le specie arboree forestali non native presenti nel nostro Paese si sono diffuse a partire da introduzioni più o meno antiche, spesso originate da interessi botanici (studio e acclimatazione di specie di paesi lontani) o estetici per l’abbellimento di parchi e giardini delle nostre città.  Ad esempio, Eucalyptus camaldulensis, una specie di eucalipto molto impiegata nei rimboschimenti, ma originaria dell’Australia, prende il nome da una collina di Napoli, dove cresceva già alla fine del Settecento. La robinia, Robinia pseudoacacia, è una specie introdotta dal Nord-America e giunta in Italia a metà del Settecento, probabilmente dalla Francia. Paulownia tomentosa, la paulonia, specie dell’Asia orientale, è stata segnalata in Italia dalla metà dell’Ottocento.  

Le nostre città sono ricche di specie arboree esotiche: spesso le ammiriamo e, in ogni caso, sono semplicemente entrate a far parte del paesaggio cittadino. Si pensi a Roma, dove nelle alberature stradali sono presenti più di cento entità (fra specie, ibridi e varietà), la maggior parte dei quali non sono autoctoni per il nostro Paese, né tantomeno per l’ambiente di Roma, che naturalmente sarebbe dominato dalle querce. Lo stesso pino domestico, forse naturalmente presente solo in particolarissimi habitat ben diversi da Roma o forse portato nel nostro Paese dal Vicino Oriente, è stato impiegato in maniera massiccia negli ultimi secoli per abbellire la città e il litorale, e nonostante sia diventato per certi versi il simbolo della città, soprattutto nei contesti archeologici così come su certe vie consolari, non è una specie autoctona per Roma. Come paradosso, oggi si trova minacciato da un piccolo insetto alieno, la cocciniglia tartaruga, che ha scelto proprio il pino domestico come obiettivo del proprio nutrimento, fra le varie specie che poteva trovare.  

Nelle nostre città nessuno pensa realmente di sopprimere le specie arboree esotiche per il fatto che siano state introdotte: non avrebbe alcun senso eliminare il Ficus macrophylla di Piazza Marina a Palermo, chiamato anche “Albero dei 150 anni dell’Unità d’Italia” essendo stato piantato nel periodo in cui fu proclamato il Regno d’Italia e, secondo l’Accademia dei Georgofili, albero più grande d’Europa.

L’ “Albero dei 150 anni dell’Unità d’Italia” in Piazza Marina a Palermo

Specie aliene invasive 

Nei Specie contesti forestali più naturali dobbiamo, piuttosto, valutare l’invasività delle diverse specie. Ad esempio, l’eucalipto non è certamente invasivo nel nostro Paese, si rinnova da seme spontaneamente solo sporadicamente, ma è piuttosto resistente ai disturbi, alla ceduazione, al passaggio del fuoco o a periodi prolungati di siccità. La robinia, invece, è una specie completamente naturalizzata in tutto il Paese formando veri e propri boschi in grado di mantenersi e di svilupparsi autonomamente: può dunque essere certamente una specie invasiva, che soppianta la vegetazione autoctona, ma è anche una specie mellifera, stabilizzatrice dei versanti, in grado di produrre buon legname da ardere. Per questi motivi, si tende valutare da caso a caso la sua minaccia per l’habitat in cui si trova, arrivando solo in casi particolari a ripristinare le specie native attraverso la sua eradicazione.  

L’invasività di una specie aliena può dunque variare dal contesto considerato. La lista di specie aliene invasive definito dalla normativa dell’Unione Europea contempla, infatti, solamente due specie arboree: Acacia cyanophylla, un’acacia australiana usata nei rimboschimenti litoranei presente nell’area mediterranea, e Ailanthus altissima, l’ailanto, specie molto diffusa in tutto il Paese. In attesa di una black list nazionale, alcune Regioni si sono mosse con propri provvedimenti che estendono il numero di specie in funzione delle pericolosità locali, approccio quanto mai opportuno per una valutazione più complessiva e adeguata a considerare l’effettiva pericolosità. Ad esempio, la Regione Piemonte considera come specie invasive robinia, paulonia, ailanto, così come, tra le altre, anche quercia rossa, ciliegio tardivo, acero americano e olmo siberiano. Alla lista sono allegate anche indicazioni precise sulle condizioni e sui contesti, che determinano la minaccia alla biodiversità di queste specie. 

Da un punto di vista strettamente forestale, l’inventario forestale nazionale, realizzato dall’Arma dei Carabinieri con il supporto scientifico del CREA Foreste e Legno, restituisce un’immagine delle specie esotiche nei nostri boschi: la robinia è di gran lunga la specie più diffusa nelle formazioni di latifoglie spoglianti non individuate da specie o gruppi di specie particolari (ad esempio, faggio, castagno, querce) nelle regioni settentrionali (con esclusione di quelle più montane), in Toscana e in Lazio. Al contrario, nei boschi di latifoglie sempreverdi sono più diffusi gli eucalipti, ovviamente nelle regioni meridionali, la cui introduzione è riconducibile a rimboschimenti con finalità idrogeologiche effettuati in passato. Nel tempo alcuni di essi hanno formato popolamenti con specie native della macchia mediterranea nel sottobosco: comunità del tutto nuove costituite da un mix di entità esotiche e native, come nel caso dei robinieti. Gli stessi eucalipti prevalgono tra le latifoglie classificate come piantagioni, ovvero come impianti specializzati dell’arboricoltura da legno, esclusa la pioppicoltura. Infine, tra le piantagioni di conifere, il primato spetta alla douglasia, Pseudotsuga menziesii, abete di origine nordamericana diffuso soprattutto in Toscana e in grado di formare consorzi in cui si può rinnovare naturalmente, allontanandosi dalle forme strutturali della piantagione verso quelle più tipiche di un bosco. 

Un po’ di storia 

Eucalipti, douglasia e tante altre specie forestali introdotte sono caratteristici esempi di una lunga tradizione forestale sperimentale sulle specie esotiche, partita da Aldo Pavari, fondatore della Regia Stazione Sperimentale di Selvicoltura di Firenze, nei primi decenni del Novecento. In quegli anni si istituirono decine di aree sperimentali in tutto il Paese per valutare l’acclimatazione e l’accrescimento di specie forestali esotiche, alcune delle quali sono ancora oggi oggetto di studio da parte dei ricercatori del Centro Foreste e Legno del CREA.  

In un articolo del 1934, Pavari poneva una domanda ancora attuale: “Perché introdurre specie straniere di esito incerto quando abbiamo le nostre specie indigene che la natura ha provvidamente distribuito sul nostro suolo?” La risposta era questa “La nostra selvicoltura deve riposare sulle basi sicure della flora forestale indigena, senza escludere di arricchirla, giudiziosamente e per determinati scopi (nel testo originale, le due parole erano evidenziate), con elementi della flora straniera”. Mancanza di specie a rapida crescita in determinate fasce climatiche della nostra vegetazione forestale ed esigenze dell’industria nazionale erano e sono tuttora motivazioni valide, alle quali oggi possiamo aggiungere l’ipotesi di rispondere meglio ad un clima che cambia con specie introdotte evolute ed adattate alle condizioni future. 

Gli ibridi alieni 

Sin qui si è parlato prevalentemente di specie, ma non si può dimenticare il contributo di entità ibride, derivate cioè dall’incrocio di specie diverse: questo processo esiste in natura in maniera spontanea, ad esempio per la quercia o il pioppo, nell’ambito di gruppi di specie affini dal punto di vista botanico e genetico. La pioppicoltura italiana, fondamentale tassello dell’industria di trasformazione del legno, è in parte caratterizzata da cloni, ovvero da materiali riprodotti per via vegetativa per mantenere inalterate le caratteristiche genetiche, derivati dall’incrocio tra il pioppo nordamericano Populus deltoides e il pioppo nero indigeno, Populus nigra. Il materiale derivato da ibridazione presenta spesso caratteristiche più favorevoli in termini di resistenza a parassiti, adattamento ambientale o di velocità di crescita. Nel corso degli anni e tuttora oggetto di attività sperimentali, sono stati selezionati e brevettati decine di cloni dal CREA di Casale Monferrato. Il rovescio della medaglia è la possibile minaccia di inquinamento genetico da parte del pioppo ibrido (tra specie autoctona e aliena) nei confronti delle popolazioni autoctone di pioppo nero, anch’esse in grado di ibridarsi spontaneamente con polline proveniente da piantagioni specializzate. Il risultato di questa situazione è che le popolazioni naturali di pioppo nero sono localmente minacciate e la loro “purezza” può essere garantita dalla propagazione vegetativa piuttosto che dal loro seme.

Giovane piantagione di pioppo ibrido presso il Centro Foreste e Legno di Roma in primavera

A questo punto appare evidente che attraverso gli incroci tra specie diverse c’è la possibilità di creare artificialmente nuove entità, che avranno una componente aliena qualora il materiale originario non sia autoctono. L’utilità del processo dipende sempre dagli scopi, di cui si è detto sopra, obiettivo ultimo del miglioramento genetico forestale. Di fatto, dietro la selezione di nuovi cloni e la loro brevettazione, oltre ad esserci molta ricerca, vi sono importanti interessi commerciali. Un tema molto rilevante, in questo contesto, riguarda la normativa sulla tutela della proprietà della nuova varietà prodotta, il clone, e dei diritti del produttore. Per l’ufficio che cura il sistema dell’Unione Europeo dei diritti sulle varietà vegetali nell’azienda sperimentale di Roma del CREA sono stati recentemente effettuati i test DUS (distinzione, uniformità e stabilità) su varietà di eucalipto, una delle quali era un ibrido costituito da tre specie. 

In definitiva, le specie forestali esotiche vanno osservate e giudicate rispetto agli obiettivi legati alla loro introduzione, da attuarsi previo ottenimento delle necessarie autorizzazioni nel rispetto della normativa vigente (DM del 2 aprile 2020 “Criteri per la reintroduzione e il ripopolamento delle specie autoctone di cui all’allegato D del decreto del Presidente della Repubblica 8 settembre 1997, n. 357, e per l’immissione di specie e di popolazioni non autoctone”). In tale ambito è importante considerare che le specie forestali esotiche in molti casi si sono dimostrate utile complemento per le attività selvicolturali e forse, in prospettiva del cambiamento climatico, potranno esserlo anche in futuro. Quindi, non è opportuno condannare tutto ciò che è esotico quando da tempo si trova sul nostro territorio tanto da esserne diventato componente del paesaggio soggetta a dinamiche del tutto naturali.

Giuseppe Pignatti
Primo tecnologo, CREA Centro Foreste e Legno

Laureato in scienze forestali con dottorato in arboricoltura da legno, si occupa di gestione forestale sostenibile, prodotti forestali non legnosi, di studio e conservazione della biodiversità per la filiera vivaistica forestale

#lafrase In tutte le realtà naturali v’è qualcosa di meraviglioso (Aristotele)

Piermaria Corona
Direttore CREA Centro Foreste e Legno

#lafrase Ex scientia silvae ad cognitionem rerum (Piermaria Corona. “Dalla conoscenza del bosco alla conoscenza del mondo”  motto del centro Foreste e Legno)

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