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domenica, 31 Maggio 2026

Coltivare il futuro/2: suolo 

Della stessa Rubrica

Sotto i nostri piedi vive un universo nascosto che custodisce circa il 60% della biodiversità del pianeta: il microbioma del suolo, alleato chiave della fertilità e della salute delle colture. Batteri, funghi e altri microrganismi aiutano le piante ad assorbire nutrienti, resistere agli stress e difendersi naturalmente dalle malattie. Oggi questa “vita invisibile” può essere gestita per rendere l’agricoltura più produttiva e sostenibile. La nuova frontiera è un suolo vivo, capace di migliorare qualità del cibo, resilienza delle colture e tutela dell’ambiente. 

Negli ultimi anni si parla sempre di più di microbioma del suolo, cioè dell’insieme di batteri, funghi e altri microrganismi che vivono nel terreno e che hanno un ruolo fondamentale nella crescita e nella qualità delle colture. Dati recenti hanno stimato che circa il 60% della biodiversità del pianeta è contenuta nel suolo. Perciò, semplificando, si può immaginare il suolo non solo come un “supporto” per le piante, ma come un vero e proprio organismo vivente, dove la componente microbica regola fertilità, disponibilità dei nutrienti e salute delle piante ed è un elemento fondamentale del cosiddetto concetto “One health”, che concepisce la salute e il benessere umano come parte inseparabile della salute degli altri componenti dell’ecosistema, come il suolo, le piante e gli animali. La diversità microbica del suolo e, più in generale, la biodiversità del suolo, rappresenta, quindi, un patrimonio da preservare e valorizzare: un terreno ricco e diversificato di microrganismi è più stabile e funziona meglio. Al contrario, suoli impoveriti o intensivamente lavorati tendono a perdere equilibrio, diventando meno efficienti, resilienti e più vulnerabili a problemi come malattie o perdita di fertilità. Inoltre, essendo legato alle condizioni pedoclimatiche e agronomiche locali, microbiomi di suoli diversi presentano caratteristiche e funzioni promotrici della crescita delle piante, come la fissazione dell’azoto (fondamentale perché l’azoto serve a formare proteine, clorofilla e nutrienti utilizzabili dalle piante), la solubilizzazione del fosforo (importante per lo sviluppo delle radici, la produzione di energia e la crescita della pianta) e la produzione di siderofori (molecole che “catturano” il ferro e lo rendono disponibile alle radici, limitando la crescita di alcuni patogeni che potrebbero attaccare le piante) e possono essere utilizzati come “firma biologica” di un territorio. Ad esempio, in un recente studio effettuato in collaborazione con l’azienda di Brolio del Barone Ricasoli, abbiamo mostrato che la specificità del terroir microbico influenza direttamente le caratteristiche del vino e conferma come la composizione e le funzioni dei microbiomi locali siano cruciali per sostenere la salute delle viti e migliorare la qualità del prodotto finale​. I risultati evidenziano, dunque, il legame intrinseco tra ambiente, biodiversità microbica e qualità del prodotto, in linea con i principi di One Health. 

Per gli agricoltori, la novità più importante è che oggi questa diversità microbica può essere gestita e migliorata attivamente attraverso l’uso di bioinoculi microbici. Si tratta di prodotti contenenti batteri o funghi benefici, che vengono applicati al terreno o alle piante per aiutare le colture a crescere meglio, assorbire più nutrienti e resistere agli stress. 

Le ricerche più recenti mostrano però un punto chiave: non tutti i bioinoculi funzionano sempre allo stesso modo. La loro efficacia dipende molto da come vengono realizzati e applicati, ma anche dal terreno in cui vengono utilizzati, dalla sostanza organica presente, dal pH e soprattutto dal microbioma nativo già presente nel suolo. In pratica, il risultato non dipende solo dal prodotto, ma anche dalla “vita” già presente nel terreno. Per questo oggi si parla sempre più di soluzioni su misura per ogni azienda agricola, e non di prodotti universali. 

Un’evoluzione importante è l’uso di consorzi microbici, cioè miscele di più microrganismi benefici che lavorano insieme. Questi consorzi multifunzionali possono migliorare l’assorbimento di nutrienti, rendere disponibili elementi già presenti nel suolo (ma non accessibili alle piante), stimolare la crescita radicale e aumentare la tolleranza a stress come siccità o salinità. In molti casi, questi microrganismi agiscono anche come una sorta di “difesa biologica”, aiutando la pianta a difendersi da alcuni patogeni del terreno, riducendo così la pressione delle malattie e potenzialmente l’uso di prodotti chimici. 

Le nuove tecnologie di analisi del DNA stanno, inoltre, permettendo di capire meglio cosa succede “sotto terra”, aprendo la strada a una gestione più precisa e mirata del suolo. L’obiettivo non è più solo fertilizzare il terreno, ma gestire la sua componente biologica, rendendola un vero alleato della produzione agricola. Il futuro va verso un’agricoltura in cui il microbioma del suolo diventa un vero “strumento di gestione”, capace di migliorare produttività, resilienza e riduzione degli input chimici, mantenendo al tempo stesso la fertilità nel lungo periodo. 

Stefano Mocali  
Dirigente di ricerca del CREA- Centro di ricerca Agricoltura e Ambiente, sede di Firenze   

Laureato in Scienze Biologiche, svolge attività di ricerca in ecologia microbica e biodiversità del suolo, con particolare attenzione al microbiota e alle interazioni suolo–pianta. Recentemente ha coordinato il progetto europeo H2020 EXCALIBUR sulla valorizzazione della biodiversità nativa dei suoli mediante l’utilizzo di bioinoculi microbici multifunzionali. 

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