La riscoperta del Negro Dolce ha l’obiettivo di recuperare e valorizzare questo vitigno autoctono dal passato secolare, che rappresenta una parte importante del patrimonio enologico italiano. La riscoperta di vitigni autoctoni come il Negro Dolce permette di preservare la biodiversità vitivinicola e di differenziarsi sul mercato con prodotti unici, legati al territorio e alla tradizione.
Il Negro Dolce n. è un vitigno autoctono dal passato secolare, diffusamente coltivato nel Salento e nel Tarantino, celebrato sin dalla fine del 1800 nei Bollettini Ampelografici pubblicati dall’allora Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio. La sua riscoperta è frutto dell’occhio attento dell’enologo Antonio Mancino, che ha individuato esemplari storici nei vigneti di Uggiano e San Pancrazio (LE) e li ha segnalati al CREA Viticoltura ed Enologia di Turi.
Il vitigno, che nulla ha a che fare con il più noto e quasi omonimo vitigno salentino Negro Amaro n., è tornato alla ribalta recentemente per una serie di studi che hanno evidenziato il suo stretto legame di parentela con il Sangiovese n.

Nei Bollettini il Negro Dolce n. era descritto come un vitigno in grado di produrre “vini eccellenti, quando sostanziosi” e sebbene “soggetto a molti inconvenienti, ed a scarsezza di prodotto, meriterebbe questo vitigno una più estesa coltivazione, attesa la bontà del poco mosto che produce”.
Hanno collaborato il ricercatore Angelo Raffaele Caputo e i collaboratori tecnici Sabino Roccotelli e Francesco Mazzone del CREA Centro Viticoltura ed Enologia di Turi (BA).

Ricercatore CREA Centro Viticoltura ed Enologia
Si occupa di reperimento, caratterizzazione e valorizzazione del germoplasma viticolo autoctono anche in relazione ai cambiamenti climatici. Autore di diverse pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali di settore.
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(Ovidio)